“Amplexus Mater” 28 luglio 2017 Napoli Sotterranea LAES vico S.Anna di Palazzo

Amplexus. L’amplesso di un abbraccio. Il travagliato godimento del dono della vita.
“Amplexus Mater” è l’eterno abbraccio materno della Terra alla Terra e della Carne alla Carne generata.
“Amplexus Mater” è l’eterno ciclo della vita. L’amore incandescente che moltiplica l’energia vitale da ere
ancestrali all’infinito futuro e per sempre.

“Amplexus Mater” è il gesto d’amore supremo, quello assoluto, immutabile ed eterno. Quello di una donna che genera la vita. Che la plasma, la crea e poi l’accoglie nel suo istintivo, passionale, fervido e
incondizionato accudimento.
“Amplexus Mater” è l’azione di una madre fatta di terra, fatta della materia primigenia di cui è fatta la vita.
Secondo la Genesi Adamo ha dato vita all’umanità, plasmato nella terra.
“Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. “ (Genesi 2,7)
Adam, in ebraico presenta poi la stessa radice della parola ebraica adamà, “terra”. E si legge che Eva viene generata da una costola di lui.
Ma ribaltiamo i ruoli. E se fosse stata donna, il primo uomo sulla terra? E in quanto donna,
immediatamente madre?
Infondo, da che mondo è mondo la vita, appunto, nasce dal corpo di una donna. E questo è un accadimento sacro. In qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo.
Lo comprendevano appieno gli uomini del Paleolitico, che usavano conficcare nei loro terreni statuette in pietra calcarea o avorio di mammuth ritraenti creature antropomorfe dalle sembianze femminili,
ribattezzate poi dai moderni archeologi “Veneri Preistoriche”. Donne senza volto, senza una specifica
identità, ma con la sola evidenza innata: la possibilità di procreare. La funzione di queste statuette era
magico-propiziatoria. Così posizionate nel terreno, dovevano augurare la fertilità della terra come anche
della donna. Fertilità e maternità, dunque. Entrambe sottolineate dalle loro forme floride. Queste creature erano infatti tutte perlopiù gravide, con seni generosi, vulve turgide e ventre convesso. Erano tutte madri in divenire. Il loro corpo, così ritratto, era già un abbraccio alla vita.
Ma, ancora, queste creature inveravano qualcosa di più grande: erano considerate la presentificazione
della Madre Terra. Del sacro femminino.

Questo accadeva quando Dio era una donna. Circa 35.000 anni fa.
“Secondo me la vera donna è colei che salva il mondo, che possiede le chiavi della vita e attraverso la quale si manifesta la nobile e potente forza dell’amore (…). La società contemporanea, come tutto ciò che essa comporta, è dipesa in particolar modo da questa donna umiliata. Allora, quale dovrebbe essere il fine a cui devono mirare la società contemporanea e gli Stati contemporanei? È quello di elevare la donna. Elevate la donna al rango che occupava prima! Mettetela al livello in cui era all’origine e vedrete che in 25 anni il mondo migliorerà. La salvezza del mondo è nell’elevazione della donna. Se non elevate la donna, o se lei non eleva se stessa, non si avrà la salvezza.”
Sono le parole che Peter Deunov (1864-1944), grande maestro spirituale di origine bulgara, ha scritto anni fa in un documento titolato “La donna della nuova cultura”. A suo avviso l’umanità ha dimenticato quale sia il profondo valore e il vero ruolo della donna. E auspica di ritrovare quel valore per restituire alla donna il ruolo che questa merita anche nella società contemporanea. Ma a quale ruolo si riferisce Deunov? Per rispondere a questa domanda bisogna intraprendere un viaggio a ritroso. Bisogna andare molto lontano, in un’epoca in cui la donna era considerata sacra. E in cui esisteva una vera e propria deità femminile.

Qualcosa di infinitamente remoto per noi, cresciuti e nutriti da religioni in cui il divino è assolutamentemaschile. Dio è Dio. È già nel sostantivo, virile. Eppure c’è stato un tempo in cui tutta l’energia creatrice era percepita in grembo a una Dea. Forse è questa la consapevolezza che, nei secoli, le grandi donne della storia, quelle che sono riuscite a emergere e a restare nella memoria, hanno avuto. La certezza che essere donne fosse di per sé “potente”, che avesse in sé qualcosa di assolutamente sacro, anche se minimizzato dal contesto patriarcale.
Per gli uomini del Paleolitico Superiore la donna era una creatura divina. Era colei che miracolosamente
generava la vita ed era associata alla stessa Madre Terra. Per questa ragione veniva scolpita come una dea antropomorfa. Opulenta e steatopigia. Le zone del corpo legate alla maternità erano così ben evidenziate e il loro valore simbolico risultava inequivocabile. I piedi e le braccia, però, svanivano del tutto e vi era una sorta di interdizione anche a raffigurarne il volto, il più delle volte coperto da decorazioni o sostituito da un foro apicale. Erano dee e al contempo amuleti propiziatori. Dovevano auspicare fecondità e fertilità e tale auspicio era ben reso dalle deformità descritte.
Ecco allora la deità femminile ancestrale. Ogni donna era una dea. Il mito della creazione era qualcosa di
esclusivamente femminile. Non è difficile comprendere il perché queste statuette a tuttotondo siano state rinvenute nei pressi di siti abitativi, ipogei, o ancora conficcate nel terreno in luoghi probabilmente
destinati al rito del dono. La statua-amuleto doveva essere una sorta di garanzia di rigenerazione della vita.

È curioso a tal proposito notare come, in diverse sepolture ipogee di età Paleolitica e Mesolitica, corpi e
ossa siano stati trovati ricomposti in posizione fetale e cosparsi di ocra rossa. Questo sempre per alludere
alla ciclicità di morte e vita, dunque alla verità di rigenerazione che il corpo sacro femminile assicurava.
Questa Dea Madre scolpita ci testimonia la centralità e la sacralità del femminile nelle prime società
preistoriche. Cosa è successo allora, in seguito?
Nel tempo, la deità femminile ha perso di valore perché sostituita da divinità maschili che rappresentano il successivo mutamento della struttura e dell’organizzazione sociale. Il merito di cui il maschio investì se
stesso fu la forza. Forza fisica, costruttiva, militare e organizzativa. Una forza dominatrice che nel tempo
avrebbe tolto valore alla donna, ponendola in secondo piano e poi in posizione di sudditanza e obbedienza.
Nonché di inferiorità, nel corso dei secoli. La donna come incarnazione della Grande Dea Madre, capace di comunicare con una dimensione extraterrena e ispiratrice di una vera e propria religione orientata al
femminile, dovette pian piano lasciare il posto al predominio maschile.
“Amplexus Mater” è una performance che mira a ricreare quella dimensione ancestrale e rituale andata
perduta, per rivendicare il valore supremo insito nell’atto del generare.
“Amplexus Mater” rivendica il valore atemporale e incommensurabile dell’essere madre.
“Amplexus Mater” è un’azione performativa che mira a riattivare quella deità insita nel corpo stesso della donna, che è terra che accoglie il seme ed è terra che dona il frutto. Ed è carne che genera vita.
“Amplexus Mater” è l’amplesso della procreazione, della gestazione e del dono della vita, che dal corpo
della donna esplode improvviso nella luce della storia.

Giovanna Lacedra: Nasce a Venosa (PZ) nel 1977. Studia Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, si specializza come docente di storia dell’arte e disegno presso l’Università di Pisa. Attualmente vive a Milano, dove lavora come docente di storia dell’arte presso un liceo scientifico statale, artista visiva, performer e autrice. La sua ricerca in ambito performativo è incentrata su tematiche delicate e introspettive, relative ai legami e agli abusi, alla perdita e al ritrovamento di sé e dell’altro. Tra gli argomenti trattati: anoressia, abuso all’infanzia, prevaricazione di genere, corpo somatizzante, rinascita emotiva. Tra le sue performances: “Io sottraggo. La triangolazione cibo-corpo-peso”; “L’aspirante” con Roberto Milani; “NONSONOMAISTATAUNABAMBINA” con Massimo Festi; “EDGE | Ultimo Ritr-Atto”; “Come il mare in un bicchiere”,  “EMOTIONAL REVOLUTION |Le mani in pasta al cuore”  e “Feeling-Cage”. Nel 2015 ha partecipato alla V edizione della “Biennale di Anzio e Nettuno; V edizione di “CORPO” Festival delle Arti Performative – Pescara; Performance “Io sottraggo” a Venezia in concomitanza con l’inaugurazione della Biennale. Per l’XI giornata del Contemporaneo2015, indetta da AMACI,  ha realizzato la performance “EDGE | Ultimo Ritr-Atto” presso la MAG Gallery di Como. Nel 2016: IV edizione del Festival di arti performative “Art Action” – Musei Civici di Monza; IV edizione di “LA VOCE DEL CORPO” Festival, Osnago (Lecco). In ambito grafico e pittorico è sempre la condizione umana ad essere indagata. Il ritratto come testo, traccia lirica, memoria. Tra le esposizioni: “Femminile Plurale” – novembre 2014, a cura di Alessandra Redaelli presso Galleria Biffi Arte di Piacenza; “La neve non ha voce” – marzo 2015 presso il Chiostro di Voltorre a cura di Alessandra Redaelli,  L’uovo e la Croce” ai Magazzini Criminali di Sassuolo. Mostra collettiva presso Museo MAGMMA –Villacidro (VS) – Sardegna. Selezione Premio Marchionni – sezione Grafica. Opera “FROZEN” Finalista 2016.